E' passata ormai una settimana da quando ho chiuso per sempre la porta della mia stanza a 4lee. A dire il vero senza troppi drammi, l'ho chiusa e basta. Ho preso le mie quattro valige e sono andata in stazione. Non ho riflettuto su quello che stava per succedere né su quello che mi sarebbe mancato. L'ho chiusa e basta. Nei giorni precedenti ho inscatolato tutto ciò che mi ha accompagnata in questi cinque lunghi anni soffermandomi su ogni piccolo oggetto, su ogni singolo ricordo. Mi sono riscoperta così stupida con quell'agenda verde, ho strappato i fogli. Ho sorriso e sono andata avanti. O forse no. Tutte quelle facce, quelle persone, quel tempo passato insieme, quelle risate, quei litigi, quei ''ti amo'' ''io no''. Bivi, ognuno per la propria strada. Mattine, sere, pomeriggi, a pranzo, a cena, in bici, in treno, un'ora, una sola notte.
Dovrei fare un bilancio di questi cinque lunghi anni passati a 4lee ma la verità è che non ne ho voglia. C'è che sto bene e che a voi questo importa. Forse non sono ancora pronta per dimenticare tutto questo e forse non lo sarò mai. Una parte della mia vita, forse la più emozionante, forse la più complicata, l'ho vissuta in quella città e resterà conservata lì, tra le strade, sui muri, nell'aria. In quelle stanze che per 5 anni hanno conosciuto i miei pensieri, i miei segreti, i miei traguardi, li hanno custoditi e con me, condivisi.
Si chiude questo capitolo e con esso questo blog.
Ci trasferiamo in Australia. Ci trasferiamo su un'altra piattaforma.
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La fine.
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Emy
on giovedì 5 giugno 2014
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WWOOF EMILIA #2
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Emy
on sabato 24 maggio 2014
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Da subito capisco che al Grande Capo non stiamo simpatici, sarà perché siamo italiani, sarà perché siamo belli e puliti, fatto sta che tutto ciò che facciamo noi (e anche gli altri italiani presenti) è sbagliato, quello che fanno i crucchi è perfetto. E lei è crucca.
Amen. Preso atto di ciò la guerra non tarda ad arrivare. Andrea viene visto mangiare 4 mele grandi quanto albicocche e il Crucco Puzzolente va a fare la ''spia'' al Grande Capo dicendole che avrebbe piacere anche lui di mangiare la frutta ma siccome Andrea ne mangia così taaaanta lui non se la sente. Arriva in difesa il Grande Capo che prende Andrea in disparte e gli comunica con toni inappropriati che non deve più osare farlo, che la frutta è per tutti, che se fa colazione con la frutta (ripeto quattro mele minuscole) è bene che se la compri da sè (ma non stiamo lavorando per avere vitto e alloggio? mi sfugge qualcosa). Andrea le fa presente che non beve nè mangia altro e che quindi quelle quattro meline hanno un costo quasi paragonabile a tutto ciò che si spazzolano i tedeschi e che non gli sembra affatto giusto. Nein. Sbagliato. Non osare mai più.
Andrea torna da me con la coda tra le gambe (io non ho assistito a questo teatrino) e mi parte l'embolo. A cena chiedo spiegazioni circa la regola che sta alla base del nostro lavoro in cambio di e mi viene detto che c'è stato un errore di comunicazione, che non le era stato specificato che le mele erano del tipo piccolo e non di quelle grandi (vi invito a riflettere sul livello di follia!) ma ciò non toglie che i fondi sono quelli che sono e che possiamo tranquillamente andare al supermercato se abbiamo esigenze particolari (certo, in un'azienda agricola tu pretendi di mangiare frutta, come osi?). Aridaje oh! Io mi spacco la schiena a seminare questo mondo e l'altro e manco ho diritto a mangiare meno degli altri (vedeste che colazioni si facevano quei maledetti). La invito ad usare dei toni diversi quando parla con me perché non ne ha il diritto. Nemmeno il tempo di tornarmene in casa che sento bussare: B. e M. vengono a dirmi di non prenderla sul personale, che lei è fatta così e che è per questo che la gente scappa, che ho fatto benissimo a parlare in quel modo perché l'ho destabilizzata giacché loro hanno ormai perso le speranze e la lasciano fare. Gente adulta, vi ricordo.
Una mattina mi avvio in cucina e trovo sul tavolo un barattolo di marmellata homemade destinato alla vendita con su scritto un biglietto IN ITALIANO ''chi ha aperto questo inviolabile e fottutissimo barottolo di marmellata pregiata e insipida?'', io basita (mi sono venuti i brividi al ricordo di Jabba e dei biglietti minatori che lasciava in giro per casa; unica differenza: il GC ha 35 anni non 19) faccio comunque finta di nulla giacché la marmellata mi fa schifo e come direbbe Mourinho ''no è problema mio''. Lei infastidita dalla mia indifferenza, mi riprende con ''hai letto?'' (e qui mi sarei alzata e l'avrei picchiata a sangue perché credetemi quando vi dico che sono arrivata a pensare cose che nemmeno immaginavo), io con toni pacati e senza guardarla le ricordo che non mangio marmellata (dovrebbe saperlo dal momento che scruta ogni singolo nostro movimento), che data la sua età dovrebbe lasciar perdere i post it in favore di dialoghi più pacifici.
Il GC non si arrende, vuole proprio rendere la mia permancenza un inferno! A tavola (che sia pranzo o cena, che sia lì presente o che sia a km di distanza) non fa che controllarci e riprendere Andrea quando - secondo lei - si è servito una porzione troppo abbondante di cibo. Sempre. Per dieci fottutissimi giorni, riprende Andrea con ''aspetta, fai prendere prima agli altri'', col risultato che noi siamo lì affamati mentre il Crucco Puzzolente si impossessa della padella e, privo di galateo, la mette tra le cosce e la ripulisce col dito.
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| Io, il vecchietto tedesco e M. |
Avrei altre situazioni imbarazzanti da descrivervi ma vi racconto le migliori, sappiate solo che per dieci giorni (sì, siamo scappati prima) mi sono dovuta sorbire: gente che mastica rumorosamente, gente che affonda la testa nei piatti per leccarli, rutti, peli nei piatti, condizioni igieniche inesistenti, pipì raccolta con la stessa salvietta utilizzata per pulire i tavoli (i bambini andavano in giro senza pannolino e scalzi), gente che urla ''devo cag*are, è libero il bagno?'', ''devo pulire il c*lo di mia figlia, fatemi largo'', etc... In casa si cammina scalzi e con quegli stessi piedi si sale sulle sedie, sui divani.
Voi magari ridete, magari pensate non ci sia niente di male (e vi invidio, sappiatelo!) ma per una come me tutto questo è stato troppo, a volte dovevo voltarmi dall'altra parte per non guardare e vomitare. Vi assicuro che dopo qualche giorno non ci fai più caso e difronte al Crucco Puzzolente che risucchia rumorosamente il vino caduto su un ripiano con 3cm di polvere ti indigni e ti domandi se non sei tu l'aliena schizzinosa e perfettina.
Al mio turno di pulizia GC mi mostra come utilizzare l'argilla per lavare i sanitari, mi accorgo che non cita la doccia e alla mia domanda risponde ''non stare a pulirla tanto ci entriamo con i piedi''. Non aggiungo altro, la vista mi si è annebbiata, ho pensato a 24 piedi luridi e... basta basta!
Crucco Puzzolente non si chiama così mica per caso, è allergico all'acqua, quando passa ti sembra di essere sul set di Walking Dead con l'unica differenza che lì le carcasse sono finte e profumano di rosa canina. CP puzza terribilmente, lavora sodo nei campi con i sandali (io reputavo i miei stivali viola fin troppo corti), suda, ha i piedi neri e un'unghia che non vi racconto (ce l'ha mostrata fiero a tavola e dio solo sa come ho fatto a non urlare!) e non si lava. Va a letto in quel modo (io mi auguro che quei due non siano trombamici nel senso letterale del termine) e la mattina te lo ritrovi con le stesse macchie di sporco.
CP è da cinque mesi in Italia e capisce bene l'italiano pur non avendolo mai studiato (qualcuno mi dica come è possibile! qualcuno mi dica che tornerò dall'Australia con un inglese che lèvate!). Come l'ho scoperto direte voi. Un pomeriggio ero nell'orto a seminare barbabietole con M. (la vedete in foto, mi manca la sua dolcezza, la sua esuberanza, ci siamo divertite un sacco insieme) e tra una confidenza e l'altra (ignara del fatto che quel Crucco maledetto stesse ascoltando) mi sfogo un po' circa l'esperienza wwoof fatta in Abruzzo con tanto di ''qui non mi sembra tanto diverso, non sto mica bene, se devo stare male tanto vale che me ne vada a casa''. Finiamo il lavoro, vado a bere e non faccio nemmeno in tempo a rimettere piede nell'orto che B. (ve ne ho parlato all'inizio dell'altro post, simpatico e umano rispetto agli altri) mi fa ''Emy ho sentito che.. forse dovremmo parlarne'' ''no B. tu non hai sentito un bel niente, ti hanno riferito'' ''bè sì, uhm, a dire il vero''. Non so cosa mi abbia trattenuta (again!) dal prendere il Crucco e picchiarlo. Fatto sta che per me da quel giorno CP è un uomo morto e non gli rivolgerò più parola.
Ultima cena e come sempre i crucchi parlano tra loro in tedesco, senza minimamente rendersi conto della nostra presenza (per me è mancanza di educazione, correggetemi se sbaglio!) tanto che è difficile persino per me rivolgermi ad Andrea senza urlare pur di avere un minimo dialogo (sebbene mi abbiano insegnato che quando si mangia non si parla ma si sa che qui ogni principio di galateo è andato a farsi fottere). M., italiana, pensa bene di prendere il cellulare e messaggiare mentre io fisso un'adorabile, quanto contorta, macchia di umidità sulla parete difronte. Il vecchietto in foto, infastidito (ah tu?!) dal beep! beep! degli sms, le prende il cellulare e lì mi incazzo. Sì, mi sento in dovere di difendere chi voglio bene, che sia Andrea o M. poco importa. Gli spiego che la situazione a tavola è insostenibile e che se mi sento esclusa da ogni singolo discorso a tavola, sono libera di fare quello che voglio. Il tutto in italiano fregandomene del fatto che il vecchietto non capisca una sola parola. Mi sfogo e basta, per farla breve. Mi risponde il Crucco Puzzolente (chi ti ha interpellato, idiota?!) e deliziamo i presenti con un simpatico quanto soddisfacente botta e risposta
''E in Australia come pensi di fare?''
''in Australia si parla inglese, che io sappia''
''sì ma qui non ti ho sentito spiccicare una singola parola in inglese''
''PERCHE' NON HO INTERESSE A PARLARE CON TE SPIONE DI MER*A''
Credo che Andrea se avesse potuto avrebbe affermato di non conoscermi sebbene poco dopo mi abbia confessato di essere fiero di me. Crucco Puzzolente se mi provochi poi incassi. Silenzio, nessuno ha più osato fiatare a parte M. sconvolta dalla mia risposta. Che soddisfazione ragazzi miei, non potete neppure immaginare. Mi sono trattenuta fin troppe volte e sono stata più che educata, ho sempre fatto tutto col sorriso e fingendo buona volontà (non perché non mi piacesse quello che mi veniva ordinato di fare ma solo perché non lo meritavano).
Una sera, tutti i tedeschi (GC e prole compresa) hanno pensato bene di andare a mangiare la pizza in un paesino vicino senza minimamente avere la decenza di invitarci (ribadisco, per educazione, mica per altro!) e l'ho trovato squallido. L'ultima sera invece GC, pur sapendo che la mattina seguente saremmo ripartiti presto e che quindi non ci saremmo salutati a colazione, ha chiuso la porta e si è allontanata senza dire nulla, neppure un ''ciao, grazie per quello che avete fatto per noi'' di circostanza mentre io, Andrea, M. e B. eravamo attorno al tavolo a giocare a carte con tanto di pop corn. Lì ho perso le parole.
Lascio a voi, come al solito, le dovute considerazioni. Io non so cosa pensare, credevo che la vita di campagna fosse più spensierata, rilassata, che tutti si chiudessero in cerchio e ballassero fino a tarda sera, che si avesse rispetto e ammirazione per dei ragazzi che lasciano la città per imparare a seminare fagiolini e piantare cipolle (mia madre tuttavia è ancora lì che si chiede quando e come ho battuto la testa!). Non so cosa pensare, davvero. Ho parlato solo degli aspetti negativi perché meritavano di essere descritti in dettaglio stavolta, sappiate però che da parte dei ragazzi italiani che erano lì e dai bambini ho ricevuto tanto e ho dato tanto. Mi mancherà disegnare con la piccola T., fare passeggiate nel bosco a raccogliere insieme fiori di robinia e sambuco, meravigliarmi per la sua spiccata intelligenza, l'unica che mi abbia salutata con affetto e visibilmente dispiaciuta dal fatto che non avremmo più colorato insieme. Mi mancherà il piccolo O., il suo indicarmi i fiori per volerli mangiare, i suoi sorrisi sul dondolo, i suoi piedi nudi sulle rocce (impressionante come dei piedini così morbidi non provassero alcun dolore sulle pietre appuntite), la sua camminata goffa ed esilarante. Mi mancherà M., un'orchidea in mezzo a quel cespuglio di rovi, un po' folle ma allo stesso tempo adorabile. L'ho lasciata che era un po' su di giri, probabilmente dopo un pomeriggio passato a piangere (GC e N., lo zerbino squilibrato, sfogavano continuamente le loro frustrazioni di coppia su di lei) ha pensato bene di trovare una qualche consolazione.
Con questa si chiude la nostra esperienza di WWOOF in Italia. Ditemi brava, ditemi che non mi meritavo tutto ciò. Ditemi pure che so'stronza io, avanti!
WWOOF EMILIA #1
WWOOF EMILIA #1
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Emy
on giovedì 22 maggio 2014
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E' giunto il momento di parlarvi della nostra seconda e ultima esperienza di WWOOF in Italia.
I piani prevedevano che il 5 maggio saremmo partiti presso un'azienda in Toscana ma una volta a 4lee abbiamo deciso di disdire e di sperimentare la vita presso un ecovillaggio. Più volte durante la nostra permanenza lì mi sono chiesta ''chissà come sarebbe stato se fossimo andati a Pisa, staremmo meglio forse!'' e ora capirete il perché.
I miei post a riguardo sono scoraggianti, me ne rendo conto, il mio obiettivo era quello di raccontarvi il meraviglioso mondo della vita di campagna e invogliarvi a provare ma a quanto pare questo compito non spetta a me. Partiamo con ordine. In stazione ad attenderci c'erano B. (tedesco), sua moglie H. (italo-tedesca) e il piccolo E. (un anno e mezzo) che da subito ci hanno fatto una bella impressione, incuriositi dalla nostra scelta ci hanno fatto una serie di domande e descritto in breve la vita all'interno di un ecovillaggio. Dai racconti di H. capisco subito che qualcosa non va, l'ecovillaggio è composto da una famiglia di 4 persone (di questa vi parlerò da un po', ah se ve ne parlerò!) e da B. poiché sia lei che suo figlio appena possono ''fuggono'' in una città piemontese, lasciando il marito e lo stile di vita rurale per condurre un lavoro che un giorno spera (ma non troppo) di poter trasferire qui, tra le montagne.
Ci spiega che è difficile andar d'accordo quando si è costretti a stare 24h su 24 con la stessa famiglia (ripeto, non c'è nessun altro!), che il loro sogno è quello di realizzare una comunità di almeno venti persone, ciascuna con le proprie abilità e interessi da condividere. Fin qui, mi dico, tutto ok, è normale che si creino delle tensioni dal momento che non si può andar d'accordo con tutti, a maggior ragione se non si è in un condominio in cui chiusa la porta ognuno continua a farsi gli affari propri. L'ecovillaggio si anima tra le montagne emiliane ed ha tra i principi cardine l'ecosostenibilità (maddai?!), ha come scopo quello di vivere con quel che produce (obiettivo non ancora raggiunto all'100%), di ridurre gli sprechi, l'utilizzo di macchine agricole, petrolio e energie non rinnovabili. Tutto bello, ideali meravigliosi ma...
In macchina B. ci chiede della nostra alimentazione e ci spiega che se abbiamo esigenze particolari possiamo comprare (noi, con i nostri soldi) qualcosa al supermercato giacché siamo di passaggio; gli spieghiamo che no, non abbiamo esigenze specifiche e che finché c'è frutta c'è speranza. Nell'ecovillaggio si mangia vegano quindi non abbiamo assolutamente nulla in contrario, anzi. I loro sguardi non ci convincono ma decidiamo di non farci troppo caso.
Una volta arrivati ci mostrano la nostra sistemazione: una deliziosa casetta su ruote con all'interno lo spazio necessario ad ospitare un letto matrimoniale, una stufa in argilla, qualche scaffale e un lavandino privo di acqua corrente. Niente water, se la notte ti scappa la pipì puoi farla tranquillamente fuori (prima però controllando che non ci siano occhi indiscreti. Oh sono pudica io!) con o senza gradi sotto zero. Se ti scappa altro, bè... son ca**i. L'ecovillaggio ha 3 roulotte, due bauwagen, una yurta e uno spazio al chiuso che ospita la cucina invernale, il garage e fortunatamente un bagno ma... non un bagno qualsiasi, un compost toilet. Quelle cose che finché non le vedi (e senti!) non ci credi, con tanto di cartello che ti invita a rilasciare i liquidi nel bidet e i solidi nel water per evitare di incasinare (che linguaggio tecnico!) il processo di fermentazione.
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| i miei stivali viola |
Quindi ricapitolando: in un bauwagen viviamo io e Andrea, nell'altro H., B. e il piccolo E. La prima roulotte è abitata per un mese da due simpatici vecchietti tedeschi, in pensione e col sogno di girare l'Europa. La seconda roulotte ospita una coppia idioti di trombamici tedeschi (''amici speciali'' come amano definirsi loro); la terza invece ospita da mesi una quarantenne bolognese scappata di casa, M., alla ricerca di una vita tranquilla lontana dallo stress cittadino e dalla figlia (diciassettenne, incinta).
Nella yurta bianca invece vive il grande capo di sto fallo la famiglia che per prima si è stanziata lì, dopo anni e anni di wwoof alle spalle: N. (lo zerbino squilibrato), sua moglie S. (il grande capo di cui sopra), il piccolo O. (10kg di amore incondizionato) e la piccola T. (20kg di smorfie e lentiggini). L'attrazione dell'ecovillaggio è senza dubbio il compost toilet nel bosco (se ti scappa rischi di fartela durante il tragitto!), un'esperienza da provare all'alba.
Nell'ecovillaggio si lavora per sei ore al giorno, tre ore al mattino (sveglia alle 06.30. Amen.) e tre al pomeriggio ma ciò non toglie che ti incastrino in qualcos'altro da fare quando in realtà tu vorresti solo buttarti sul letto e aspettare il pranzo/cena.
Essendo spesso in 13/15 persone, a turno di stava in cucina a pulire, a cucinare, a lavare i piatti, nell'orto, nel bosco. Se sei tra i privilegiati che quel giorno devono stare in cucina col Grande Capo significa che non andrai nell'orto, che puoi svegliarti alle 8:30, che puoi osare con una riga di eyeliner, che devi stare agli ordini del Grande Capo il quale molto probabilmente non vedrà l'ora di mollarti i figli perché troppo stressata, troppo impegnata a raccogliere le erbette nel campo e a sbucciare patate. Mon dieu!
Per quanto mi riguarda alla vista del mio nome sotto la voce ''cucina'' vacillavo e per quanto l'idea di fare colazione in silenzio, senza crucchi maleodoranti intorno e ad un orario decente mi allettasse, preferivo stare nell'orto. Lontana dal GC, se non si fosse capito. Io e il GC non ci stiamo simpatiche.
Mi sono accorta che il post sta venendo più lungo del previsto quindi a seconda dell'interesse che vi susciterà questa prima parte, procederò con la seconda parte in cui vi racconterò gli aspetti negativi, tra cui le discussioni col Grande Capo. Eh eh!
WWOOF in Abruzzo
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Emy
on domenica 4 maggio 2014
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Le due settimane in Abruzzo sono ormai un lontano ricordo giacché la mente è completamente proiettata al luuuunngo viaggio che ci attende a giugno ma sono qui per raccontarvi come le abbiamo trascorse.
Il bilancio non è positivo - lo dico per i pigri che non vogliono arrivare in fondo - quindi mettetevi pure comodi. O meglio, sarebbe stata un'esperienza positiva per coloro i quali fanno wwoof per risparmiare, per ''tanto che sto a casa a far nulla...'' poiché sia il cibo sia la nostra sistemazione erano impeccabili. L'host C. ci ha riservato una stanza al piano di sopra, completamente indipendente e provvista di bagno. Quasi non ci credevamo una volta poggiate le valige, sembrava un albergo a tutti gli effetti e la vista... bè non era certo il panorama che ci riservano le finestre di Forlì. La casa è molto curata e per nulla simile alle abitazioni rurali tipiche di un host che accoglie wwoof.
Il nostro scopo era appunto ricaricarci di energia positiva, respirare aria pulita, ascoltare storie di campagna, emozionarci e conoscere belle persone. Dopo pochi giorni abbiamo capito che qualcosa non andava, l'host C. era fredda e distaccata e senza giri di parole ci ha spiegato che era molto stressata (?!), che non aveva tempo da dedicarci e che non ci voleva tra i piedi. Mi sono sentita malissimo (sono io quella che piagnucola tra i due!) e continuavo a ripetermi che non fosse giusto, che una volta preso un impegno questo va mantenuto (stesso motivo per cui non siamo scappati a gambe levate) e che si può anche fingere di sorridere ma mantenendo sempre le basi dell'ospitalità e dell'educazione; cose che ovviamente sono venute a mancare, sentendoci costantemente di troppo e evitati. Alle nostre offerte di aiuto spesso ci è stato risposto ''non adesso, faccio da sola, voglio stare da sola''. C. ci ha chiarito che avremmo condiviso solo i pasti e il lavoro (ma nemmeno troppo giacché il 90% del lavoro nei campi e non, l'abbiamo svolto da soli) e che ''condivisione non vuol dire fusione''.
Cosa significa vi starete chiedendo. Ebbene, ci ha spiegato che dovevamo stare nella nostra stanza, che dovevamo scendere di sotto a mangiare quando ci chiamava lei, che alle richieste di gioco dei suoi figli dovevamo rifiutare (più di una volta mi sono trovata con i due bambini dispiaciuti ai nostri continui e falsi ''no, abbiamo da fare non possiamo restare con voi a giocare''), che non le sarebbe piaciuto chiacchierare con noi nei campi perché è solita lavorare in silenzio per comunicare con la terra (?!).
Una delle prime sere, ignari, abbiamo accettato l'invito del piccolo S. a guardare un film in salotto pensando non ci fosse nulla di male; C. non era in giro, arriva (colgo lo sguardo sbigottito!) e dopo cena ci spiega che dobbiamo rispettare i loro spazi (come abbiamo osato?) e che pur sapendo benissimo che l'invito è partito dai loro figli, lei non condivide, ci dice ''avete una tv in camera, ci sono libri a vostra disposizione''. Della serie, ne avete di cose da fare, fatele in camera vostra, perché noi siamo una famiglia e abbiamo i nostri spazi. In occasione di un'altra cena, ci siamo intrattenuti (sparecchiando e mettendo a posto la cucina, nel frattempo) in cucina perché S. ci stava mostrando alcuni suoi giocattoli e non ci sembrava carino zittirlo per andarcene il prima possibile in camera (e detto sinceramente, non avevo voglia di annoiarmi di sopra ma piuttosto di parlare con un umano che non fosse solo Andrea); tempo pochi minuti arriva il marito di C. (torna dopo cena a casa perché lavora altrove) e voltandomi mi accorgo che C. mi fissava da tempo come a dire ''quando ve ne andate?''. Guardo Andrea, ci capiamo e tagliamo la corda. ''Buona serata'' ci dice, ''Buona serata un ca**o!'' penso io.
La loro abitazione è ovviamente lontana dal centro quindi nel pomeriggio (si lavora solo di mattina e si ha il pomeriggio libero oltre a due giorni a settimana) non abbiamo avuto modo di visitare o fare granché; siamo stati un paio di volte in piazza e per il resto del tempo in camera ad attendere la chiamata del ''la cena è pronta potete venire''. Sorrido al ricordo di quelle volte che ho assillato Andrea, alle volte che abbiamo simulato lo squillo del telefono perché le ore non passavano mai o stavamo morendo di fame; alle sere in cui non avevamo nulla da fare, nè qualcosa di decente da guardare in tv (ovviamente il wi fi al piano di sopra non prendeva, piccolo particolare che a B. sfuggiva) e tanto meno gente con cui uscire. Fa tutto parte del wwoof, non ci lamentiamo.
Il lavoro nei campi è consistito nell'impugnare la vanga per estirpare erbacce nell'orto e per la maggior parte dei giorni nell'ammucchiare i rami potati dagli ulivi (ben 300 ulivi, ho ancora gli incubi) per disporli nella strada che percorreva gli infiniti ettari di terreno e che sarebbero poi serviti a non so bene cosa. Piccolo dettaglio: sole a picco, paesaggio collinare, i miei polpacci che urlano 'basta' e i miei glutei che intonano 'ancora, ancora!'.
''Andre quanti alberi mancano? Sono distrutta''
''Forse una decina''
''Maledetta!Che se li faccia lei!''
Salvo poi renderci conto di intere fiancate collinari ancora intonse. Le salite, ma anche le discese, con i miei stivali viola hanno fatto sì che i miei piedi dopo pochi giorni battessero in ritirata.
La sera del confronto, C. mi domanda se mi sono ripresa (per meglio dire, se ho digerito le ''regole'') e gli spiego che no, mi ci vorrà un po' prima che mi renda conto da che stro**a sono finita. Il piccolo S. domanda ''da cosa deve riprendersi?'' e lei gli risponde ''Sono stata un po' aggressiva questa mattina''. Che dire, almeno ho apprezzato la sincerità. Tra tutti, S. è quello che più si è mostrato entusiasta di averci in casa; il penultimo giorno dispiaciuto ci domanda:
''Quindi domani andate via?''
''Sì, S.'' (in cuor mio urlavo finalmenteeee!)
''No se perdete l'autobus e restate ancora qui''
Guarda S. con te tutta la vita, ma con tua madre... no grazie.
In sostanza cosa abbiamo imparato? Di agricoltura ben poco, tra i silenzi di C. e le ore trascorse con i 300 ulivi (loro sì' che ci hanno ascoltati, ho raccontato loro di quanto fosse triste la loro padrona e di scappare qualora avessero potuto) il resto del tempo l'abbiamo passato a mescolare saponi homemade (niente di idilliaco, sono io la sciocca che aveva immaginato stampi a cuore e saponette alla rosa canina), a pulire il garage, a fare marmellate d'arance (ma anche qui, dimenticate la ricetta della nonna, il tutto preso dal retro della confezione Cameo), a sollevare vasi pesanti e a sciacquare tonnellate di insalata per i pasti (erano tonnellate vero Andre?). La famiglia è vegana ma la frutta fresca è stata solo un miraggio. Alla domanda ''Andrea cosa mangi a colazione?'' ''Bè io solitamente bevo un litro di spremuta'' ''Ah. Non credo di poter soddisfare questo tuo bisogno'' ''O comunque frutta fresca'' ''Ah. Noi mangiamo poca frutta''. Io al quinto giorno di pane e marmellata (non mi piace la marmellata) avevo la nausea e mi sono buttata sul burro d'arachidi per poi tornare al pane bianco.
Una mattina Andrea ha la felice idea di cercare un dialogo con C. e inizia a dirle la sua su quanto aveva letto circa estrattori e centrifughe, lei lo ascolta svogliatamente (io mi godevo lo spettacolo avendo deciso deciso di non rivolgerle più parola se non per rispondere a domande) ma poi esplode (me lo sentivo) e gli si rivolge stizzita con ''perché mi dici queste cose? Io so già tutto'' ''Mah, per parlare, per confrontarci, scusami'' ''Io le so queste cose, ho più esperienza di te, tu hai solo letto etc''. Io lì sbigottita e al tempo stesso meravigliata per l'autocontrollo di Andrea. Ma non è finita qui, qualche giorno dopo C. scopre che Andrea sta tagliando le arance sul piano di lavoro e non su un tagliere e...
''Andrea ti ho visto! Così mi tagli il piano di bamboo, è costoso sai?''
''Sto facendo attenzione, non sto tagliando il bamboo''
3..2..1
''Eh no perché tu sei molto intelligente ma per queste cose non hai intelligenza pratica, sei tutta teoria ma nella vita bla bla bla''. WTF? Il tutto con un tono saccente e decisamente fuori luogo.
Io ancora una volta basita dal sermone che è riuscita a tirare fuori da un ca**o di piano in bamboo. Mi sarei avventata al collo a mò di mamma leonessa ma decisi che sarebbe stato meglio tacere e rivolgerle il mio sguardo più truce. Ma ancora...
Prima di una delle tante cene C. mi chiede come abbiamo passato il pomeriggio e dopo averle spiegato che ''mah, al solito ci siamo annoiati'' ha il coraggio di rispondere ''ah potevate continuare a lavorare!''. Non ho osato commentare perché avrei potuto rispondere, boh, con le mani?
Quella stessa sera decidono di non avere fame e che avremmo cenato solo io e Andrea mentre tutta la famigliola si sarebbe riunita sul divano per guardare, con tanto di pop corn, un dvd. Non ricordo molto di quell'episodio, so solo che ci sono rimasta malissimo quando al nostro ''buona notte'' nessuno ci ha degnato di uno sguardo e di aver centellinato ogni singolo chicco di riso pur di restare ancora lì ad ascoltare il film. So essere patetica quando mi impegno :)
Mi fermo qui con i racconti ma avrei tanto da aggiungere e mille considerazioni da fare; mi limito a sottolineare che non è stata una bella esperienza (l'avevate intuito?), che non è andata come speravamo (non abbiamo imparato niente, l'ho già detto?) e che quello che avrei gradito sarebbe stato SOLO non sentirmi ogni singolo giorno un peso. Avrei barattato volentieri le lenzuola pulite con qualche chiacchierata e risata in più. Mi resterà il ricordo di S., intelligente come pochi bambini della sua età con la speranza che le sue lezioni di chitarra vadano meglio, che non torni più a casa in lacrime (con la famiglia che lo snobba perché ''sono solo capricci'') perché ''se non faccio chitarra, mamma non mi manda a basket'' e che non si senta più escluso dal ''gruppo dei fighi'' della sua classe solo perché più intelligente e più basso degli altri.
Il mio consiglio agli host del WWOOF? Se non siete umanamente in grado di ospitare ragazzi nel vostro spazio vitale e invalicabile, pagate degli operai.
Lanzarote: vi racconto il mio viaggio
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Emy
on sabato 5 ottobre 2013
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(parte 1)
Approfitto di questa pessima giornata piovosa e forlivese per raccontarvi della mia (necessaria) vacanza sull' isola di Lanzarote, alle Canarie. Lanzarote è famosa per i suoi vulcani, in particolare per l'eruzione del 1730 durata sei lunghi anni. L'isola infatti è caratterizzata da immense distese di lava solidificata, di cenere, lapilli, anfratti rocciosi e decine di crateri. Roba che sono stata incollata al finestrino dell'auto per tutto il tempo, con gli occhi sbarrati e l'espressione inebetita. Indescrivibile.
Giorno 1: dopo sei lunghe ed estenuanti ore in aeroporto, a Bologna, e dopo quattro ore di aereo siamo finalmente a Lanzarote. Ci consegnano la macchina (Payless, Fiat Panda: impeccabile!) e raggiungiamo Puerto del Carmen (abbiamo alloggiato presso Apartamentos Las Acacias: consigliatissimo! Economico, a pochi minuti da Avenida de las Playas e dai supermercati). Rifornimento di frutta e dritti in spiaggia. Il clima è perfetto: umidità tollerabile e caldo sopportabile per tutta la durata della vacanza, a parte qualche nuvola passeggera.
Unica pecca: in generale non c'è granché da fare la sera, salvo romantiche passeggiate sul lungo mare e capatine nei negozietti di souvenir.
Giorno 2: cartina alla mano, diretti al mercadillo di Teguise. Le stradine di Teguise si animano solo la domenica, con mille bancarelle e musica dal vivo. Lasciamo la macchina in un parcheggio vicino e ci inoltriamo a piedi. Un must sono i gioielli fatti a mano impreziositi da pietre laviche e olivina, come anche i prodotti di bellezza all'aloe vera (causa restrizioni del bagaglio a mano, non ho potuto portare a casa nessuno di questi miracolosi flaconi, dannazione!). Ho lasciato un pezzo del mio cuore alla bancarella dei churros e un altro a quella delle papas arrugadas.
Di nuovo in marcia ma questa volta verso la zona più settentrionale dell'isola. Mirador del Rio
offre il panorama più spettacolare di Lanzarote, si affaccia sull'isola Graciosa ed è una delle cinque attrazioni incluse nel biglietto turistico (costo complessivo 30 euro) seguita dalla Cueva de los Verdes, 1km di tubo lavico percorso con l'ausilio di una guida.
Labirinti sotterranei e grotte mozzafiato, in una delle quali è presente un auditorium che ospita concerti musicali con cadenza mensile. Al termine della visita, la lava solidificata offre una piacevole sorpresa (non fate come Andrea che se l'è rovinata!).
Abbiamo concentrato le attrazioni a nord dell'isola in un unico giorno, in modo tale da poterci fermare di tanto in tanto e godere dei panorami che da soli costituiscono un' attrazione imperdibile: le strade passano tra queste immense distese di lava e vulcani imponenti (Andrea ha maledetto più volte il fatto di essere alla guida mentre io non riuscivo a contenere il mio stupore!).
A pochi passi sono situati gli Jameos del Agua, i quali devono il nome alla presenza di un lago interno, situato sotto il livello del mare e popolato da minuscoli granchietti albini. Si tratta di una formazione geologica, all'interno del tunnel vulcanico derivato dall'eruzione del vulcano Monte de la Corona. Visita breve e interessante, inclusa nel biglietto.
Ultima tappa è il Jardin de Cactus, realizzato da Cesar Manrique. Si tratta di un anfiteatro suggestivo con millemila cactus da ogni parte del mondo, dai più classici e imponenti ai più teneri ed esclusivi. Da non perdere.
Giorno 3: Playa de Papagayo, a sud dell' isola. Una spiaggia meravigliosa all'interno di un parco naturale protetto (l'ingresso costa 3euro e ne vale decisamente la pena). Acqua gelida e cristallina. Colti di sorpresa dai numerosi nudisti e armati di maschera e boccaglio ci siamo goduti questa esperienza a totale contatto con la natura. Della serie: cose che non avresti mai pensato di fare.
A pochi metri altre spiagge (Caleta de Congrio, Puerto Muela) caratterizzano la costa ma per me il primo premio va a Papagayo. Se passavate da quelle parti avrete di certo notato Andrea che tagliava a metà un melone con un coltello da trenta centimetri, fregandosene di tutto e tutti.
Dopo aver cenato a Playa Blanca (memorabili i miei dieci minuti di sclero immotivato!) e aver passeggiato al porto Marina Rubicon mi sono concessa dieci minuti davanti allo specchio ad ammirare la già evidente abbronzatura agognata.
Giorno 4: diretti ad El golfo, sulla costa occidentale. Suggestiva e imperdibile è certamente la laguna verde (merito dell'olivina) all'interno di un cratere formatosi direttamente sulla costa.
Per raggiungerla è necessario percorrere una montagna di sabbia e pietre (decisamente instabile) in cui ho creduto di rimetterci le penne.
Dopo essermi rifocillata con una deliziosa baguette del luogo, abbiamo raggiunto Los Hervideros: una scogliera lavica incantevole, con percorsi e terrazzine ricavate all'interno.
Prima di recarci al Parco Nazionale di Timanfaya, ci siamo fermati per qualche minuto ad ammirare le Salinas de Janubio all'interno di una laguna di origine vulcanica, estese per centinaia di metri. Il Parco è una delle mete più incantevoli, sembra di essere sulla Luna. Lo si percorre, purtroppo, in pullman con un giro di 40/50 minuti. La guida raccontava dell'eruzione avvenuta nel 1700 e in alcuni punti mi ha assalita una malinconia improvvisa. Non so spiegare il motivo, è stato un turbine di emozioni. Al termine del giro, viene mostrato un vulcano ancora attivo e alcuni gyser artificiali. Consiglio di pranzare al ristorante del posto, la vista merita ancora qualche minuto.
Non paghi di tanto splendore, nel pomeriggio, abbiamo raggiunto la celebre spiaggia dei surfisti, ovvero Caleta de Famara (credevo di rifarmi gli occhi stavolta, dal momento che Andrea per tutta la durata della vacanza ha potuto godere di fanciulle in topless non indifferenti, ma anche di ottuagenarie disinibite). Spiaggia stupenda, panorama instancabile e meraviglioso.
All'interno dei tipici muretti in pietra lavica (cociovi) abbiamo goduto di un po' di tregua dal vento e ammirato le onde.
Giorno 5: siamo tornati a nord dell'isola ma questa volta per fermarci a Caleton Blanco. A causa del brutto tempo (ha piovuto per qualche minuto ma il cielo è rimasto coperto per tutta la giornata) non abbiamo goduto appieno dello splendido panorama. Una lunga distesa di sabbia bianca, anticipa e caratterizza una sorta di piscina naturale dall'acqua bassa e molto fredda.
Altre coppie, come noi, se ne sono fregate del brutto tempo e si sono immerse in quei pochi minuti di sole. Memorabile la mia figura di mer*a con dei turisti spagnoli.
Prima di tornare a Puerto del Carmen, abbiamo superato Orzola per un paio di km e raggiunto Mojon Blanco, per essere sicuri di aver immortalato tutto il Blanco possibile.
Giorno 6: è il penultimo giorno e decidiamo di rilassarci in una spiaggia vicina, Playa Chica, riservata e tra gli scogli (o forse dovrei dire ancora pietra lavica?). Indimenticabili le orde di subacquei per i quali Andrea ha provato profonda invidia (in realtà più per le mute che per il resto).
Giorno 7: decidiamo di chiudere la vacanza salutando il mare a Playa Quemada, dalla caratteristica sabbia nera. Anche qui nudismo rulez ma quello che non dimenticherò mai è il percorso ripido e sterrato, rigorosamente a piedi, impreziosito da mie numerose ed eterogenee imprecazioni (Andrea davanti continuava a ripetere quanto io non fossi abbastanza selvatica, contribuendo ad incrementare il mio disappunto), che mi ha permesso di raggiungere la spiaggia.
Al ritorno, abbiamo scoperto che la scalata verso la morte era evitabile percorrendo una scorciatoia tra gli scogli (che volpi siamo!).
Giorno 8: ''Andre insomma è l'ultimo giorno?'' ''Sì''. Superato il gate con alcune banane e qualche pietra lavica in valigia, siamo arrivati a Bologna alle 15:00. Auto, aereo, pullman, treno e bici, tutto in 10 ore. Altro che Triathlon. Abbiamo disfatto le valigie e siamo andati a letto distrutti e malinconici.
In sostanza, consiglierei questa meta?
Assolutamente sì, se amate la natura in tutti i suoi aspetti (non vi è flora a Lanzarote, ribadisco!) e volete concedervi una settimana di pace interiore, è il posto che fa per voi.
A questo post seguirà quello relativo al cibo perché sì, si può essere vegani e felici anche alle Canarie.
Approfitto di questa pessima giornata piovosa e forlivese per raccontarvi della mia (necessaria) vacanza sull' isola di Lanzarote, alle Canarie. Lanzarote è famosa per i suoi vulcani, in particolare per l'eruzione del 1730 durata sei lunghi anni. L'isola infatti è caratterizzata da immense distese di lava solidificata, di cenere, lapilli, anfratti rocciosi e decine di crateri. Roba che sono stata incollata al finestrino dell'auto per tutto il tempo, con gli occhi sbarrati e l'espressione inebetita. Indescrivibile.
Giorno 1: dopo sei lunghe ed estenuanti ore in aeroporto, a Bologna, e dopo quattro ore di aereo siamo finalmente a Lanzarote. Ci consegnano la macchina (Payless, Fiat Panda: impeccabile!) e raggiungiamo Puerto del Carmen (abbiamo alloggiato presso Apartamentos Las Acacias: consigliatissimo! Economico, a pochi minuti da Avenida de las Playas e dai supermercati). Rifornimento di frutta e dritti in spiaggia. Il clima è perfetto: umidità tollerabile e caldo sopportabile per tutta la durata della vacanza, a parte qualche nuvola passeggera.
Unica pecca: in generale non c'è granché da fare la sera, salvo romantiche passeggiate sul lungo mare e capatine nei negozietti di souvenir.
Giorno 2: cartina alla mano, diretti al mercadillo di Teguise. Le stradine di Teguise si animano solo la domenica, con mille bancarelle e musica dal vivo. Lasciamo la macchina in un parcheggio vicino e ci inoltriamo a piedi. Un must sono i gioielli fatti a mano impreziositi da pietre laviche e olivina, come anche i prodotti di bellezza all'aloe vera (causa restrizioni del bagaglio a mano, non ho potuto portare a casa nessuno di questi miracolosi flaconi, dannazione!). Ho lasciato un pezzo del mio cuore alla bancarella dei churros e un altro a quella delle papas arrugadas.
Di nuovo in marcia ma questa volta verso la zona più settentrionale dell'isola. Mirador del Rio
offre il panorama più spettacolare di Lanzarote, si affaccia sull'isola Graciosa ed è una delle cinque attrazioni incluse nel biglietto turistico (costo complessivo 30 euro) seguita dalla Cueva de los Verdes, 1km di tubo lavico percorso con l'ausilio di una guida.
Labirinti sotterranei e grotte mozzafiato, in una delle quali è presente un auditorium che ospita concerti musicali con cadenza mensile. Al termine della visita, la lava solidificata offre una piacevole sorpresa (non fate come Andrea che se l'è rovinata!).
Abbiamo concentrato le attrazioni a nord dell'isola in un unico giorno, in modo tale da poterci fermare di tanto in tanto e godere dei panorami che da soli costituiscono un' attrazione imperdibile: le strade passano tra queste immense distese di lava e vulcani imponenti (Andrea ha maledetto più volte il fatto di essere alla guida mentre io non riuscivo a contenere il mio stupore!).
A pochi passi sono situati gli Jameos del Agua, i quali devono il nome alla presenza di un lago interno, situato sotto il livello del mare e popolato da minuscoli granchietti albini. Si tratta di una formazione geologica, all'interno del tunnel vulcanico derivato dall'eruzione del vulcano Monte de la Corona. Visita breve e interessante, inclusa nel biglietto.
Ultima tappa è il Jardin de Cactus, realizzato da Cesar Manrique. Si tratta di un anfiteatro suggestivo con millemila cactus da ogni parte del mondo, dai più classici e imponenti ai più teneri ed esclusivi. Da non perdere.
A pochi metri altre spiagge (Caleta de Congrio, Puerto Muela) caratterizzano la costa ma per me il primo premio va a Papagayo. Se passavate da quelle parti avrete di certo notato Andrea che tagliava a metà un melone con un coltello da trenta centimetri, fregandosene di tutto e tutti.
Dopo aver cenato a Playa Blanca (memorabili i miei dieci minuti di sclero immotivato!) e aver passeggiato al porto Marina Rubicon mi sono concessa dieci minuti davanti allo specchio ad ammirare la già evidente abbronzatura agognata.
Giorno 4: diretti ad El golfo, sulla costa occidentale. Suggestiva e imperdibile è certamente la laguna verde (merito dell'olivina) all'interno di un cratere formatosi direttamente sulla costa.
Per raggiungerla è necessario percorrere una montagna di sabbia e pietre (decisamente instabile) in cui ho creduto di rimetterci le penne.
Dopo essermi rifocillata con una deliziosa baguette del luogo, abbiamo raggiunto Los Hervideros: una scogliera lavica incantevole, con percorsi e terrazzine ricavate all'interno.
Prima di recarci al Parco Nazionale di Timanfaya, ci siamo fermati per qualche minuto ad ammirare le Salinas de Janubio all'interno di una laguna di origine vulcanica, estese per centinaia di metri. Il Parco è una delle mete più incantevoli, sembra di essere sulla Luna. Lo si percorre, purtroppo, in pullman con un giro di 40/50 minuti. La guida raccontava dell'eruzione avvenuta nel 1700 e in alcuni punti mi ha assalita una malinconia improvvisa. Non so spiegare il motivo, è stato un turbine di emozioni. Al termine del giro, viene mostrato un vulcano ancora attivo e alcuni gyser artificiali. Consiglio di pranzare al ristorante del posto, la vista merita ancora qualche minuto.
Non paghi di tanto splendore, nel pomeriggio, abbiamo raggiunto la celebre spiaggia dei surfisti, ovvero Caleta de Famara (credevo di rifarmi gli occhi stavolta, dal momento che Andrea per tutta la durata della vacanza ha potuto godere di fanciulle in topless non indifferenti, ma anche di ottuagenarie disinibite). Spiaggia stupenda, panorama instancabile e meraviglioso.
All'interno dei tipici muretti in pietra lavica (cociovi) abbiamo goduto di un po' di tregua dal vento e ammirato le onde.
Giorno 5: siamo tornati a nord dell'isola ma questa volta per fermarci a Caleton Blanco. A causa del brutto tempo (ha piovuto per qualche minuto ma il cielo è rimasto coperto per tutta la giornata) non abbiamo goduto appieno dello splendido panorama. Una lunga distesa di sabbia bianca, anticipa e caratterizza una sorta di piscina naturale dall'acqua bassa e molto fredda.
Prima di tornare a Puerto del Carmen, abbiamo superato Orzola per un paio di km e raggiunto Mojon Blanco, per essere sicuri di aver immortalato tutto il Blanco possibile.
Giorno 6: è il penultimo giorno e decidiamo di rilassarci in una spiaggia vicina, Playa Chica, riservata e tra gli scogli (o forse dovrei dire ancora pietra lavica?). Indimenticabili le orde di subacquei per i quali Andrea ha provato profonda invidia (in realtà più per le mute che per il resto).
Giorno 8: ''Andre insomma è l'ultimo giorno?'' ''Sì''. Superato il gate con alcune banane e qualche pietra lavica in valigia, siamo arrivati a Bologna alle 15:00. Auto, aereo, pullman, treno e bici, tutto in 10 ore. Altro che Triathlon. Abbiamo disfatto le valigie e siamo andati a letto distrutti e malinconici.
In sostanza, consiglierei questa meta?
Assolutamente sì, se amate la natura in tutti i suoi aspetti (non vi è flora a Lanzarote, ribadisco!) e volete concedervi una settimana di pace interiore, è il posto che fa per voi.
A questo post seguirà quello relativo al cibo perché sì, si può essere vegani e felici anche alle Canarie.
Vita
Pubblicato da
Emy
on martedì 3 luglio 2012
/
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donne stronze,
quel genio di mia madre,
storie di vita vissuta
/
Comments: (36)
All'ora di pranzo mia madre mi ha chiamata per dirmi che mio fratello era tornato a casa sorridente e soddisfatto del suo orale della maturità. Ho iniziato a piangere senza bene rendermi conto di cosa stessi facendo. Sapere che ha dato il meglio di sé, in questo ultimo ostacolo mi ha riempita d'orgoglio. Sono stati cinque anni splendidi, dal mio punto di vista, dal suo forse un po' meno.
Certo, mi piacerebbe che fosse meno menefreghista e disordinato, più espansivo e ottimista, ma io lo amo incondizionatamente. Quando mi abbraccia il minimo indispensabile, quando devo rincorrerlo per convincerlo a farsi toccare gli addominali, quando devo fare mille giri di parole per estrapolare informazioni che otterrò a fatica perché sa sto indagando su commissione, quando mi scrive 'ho saputo tutto' e io gli rispondo 'tua madre è una pettegola' e sorride, quando mio padre è deluso e io cerco di sdrammatizzare, quando è estate e mi chiedono a che ora l'ho sentito tornare e mento sempre di mezz'ora, quando la gente dice che ci somigliamo un sacco e ridendo gli dico 'devi esserne fiero' e in realtà quella orgogliosa sono io. Lo amo e lui lo sa, anche se non si fa più baciare come un tempo e mia madre mi ricorda che ha quasi diciannove anni.
L'ho visto crescere (assieme a barba e capelli) tra mille parole che mi suonavano strane, tra progetti e tavole di topografia, centinaia di matite e compassi sparsi per casa, tra delusioni e successi inaspettati, telefonate ed sms. E' mio fratello e io sono così orgogliosa di lui.
![]() |
| correva l'anno 2009 |
Poi sposto l'attenzione su di me e mi domando se l'ho mai messo a disagio, se ha mai risentito del fatto che sua sorella è sempre stata la prima della classe, del fatto che i miei genitori hanno sempre avuto grandi aspettative su di me e che a lui hanno sempre lasciato scegliere, del fatto che le mie pareti sono piene di attestati e premi e le sue, di medaglie sportive.
E penso a quando mi ha detto 'eh ma io non prenderò mai il tuo voto, 70 sarà il massimo che posso sperare' e l'ho rassicurato dicendogli che a me di uno stupido numero non importa, perché so quanto vale e farà del suo meglio nel capitolo successivo. Amore mio.
Quello stupido numero ti resta sul groppone per anni. Di anni ne sono passati quattro e io sono ancora incazzata e il ricordo della maturità è ancora nitido. Così come ricordo perfettamente i cinque anni trascorsi in quello che io chiamo Inferno, appresso a diciannove prime donne con le unghie ricostruite e il cervello annebbiato dal fumo; e ricordo anche la sensazione di leggerezza mista a liberazione, dell'ultimo minuto dell'ultimo giorno di scuola. ''E' finita'', pensai.
Quando arriva il week end?
Pubblicato da
Emy
on mercoledì 25 aprile 2012
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lo zoo di 4lee,
questa sono io,
sopravvivere,
storie di vita vissuta
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Capita che mi sveglio e ho già mal di testa sì, perché io penso anche quando dormo.
Stamane prima ancora del buongiorno mi sono rivolta ad Andrea chiedendogli se avessimo prenotato il ristorante, per poi girarmi dall'altra parte e continuare a dormire. La normalità.
L'altra mattina era ancora nitido il ricordo del sogno fatto prima che mi svegliassi in preda al panico: entravo di corsa in un supermercato per chiedere alla cassiera dove fosse il succo di limone e senza che avesse finito di indicarmi la corsia, ero tutta presa a girare tra gli scaffali alla ricerca della latte di soia. #truestory Tipo che se vedete una impalata agli scaffali del latte, immobile, mentre fa a mente qualche calcolo sulla convenienza del mezzo litro rispetto al litro, sono io! Sono io quella che gira i prodotti tra le mani, che legge le etichette, che prende prima il succo all'arancia, poi al melograno e li confronta e poi li lascia entrambi. Sto impazzendo.
Perché il buon senso, prima di acquistare su Groupon non mi ha fatto googlare il nome del ristorante e leggere le millemila recensioni negative? Prendetemi a sprangate, anzi no, a pomodori in faccia che fa tanto veggie style. Ma senza buccia, che sono allergica. E niente, noi questo week end lo passiamo a Firenze, tra le colline,a mangiare la fiorentina, sul Ponte Vecchio, a fare confronti col pene del David... no, scherzo. Un consiglio ai ladri: non venite che tanto c'è Jabba e il resto della compagnia e fidatevi, c'è da spaventarsi, vi prende un coccolone sulla soglia e non è il caso. Lo dico, visto mai che vi venisse la felice idea di venirci a derubare. Voglio dire, in dispensa c'è cibo a sufficienza per sfamare la Sierra Leone e tutto biologico, quasi quasi vi consiglio di rivenderlo al mercato di san donato a Milano ma non i pc, quelli sono andati da un pezzo.
E quindi sono felice. Felice perché ripercorrerò le stesse strade che mi vedevano imbarazzata e al tempo stesso emozionata, appena un anno fa. Lì ho conosciuto Andrea per la prima volta, lì dopo cinque minuti mi ci sono affezionata, lì ho riso a crepapelle sfatando il mito del 'su fb si conoscono solo maniaci sessuali'. E tornerò ad un anno fa, distesa davanti a Palazzo Pitti perché è uno dei ricordi più belli che ho del 2011. Ok basta. No, non avete sbagliato blog, sono sempre io, Emy quella cinica e cretina che prima diceva 'guarda quei due che si danno i baci in stazione, che schifo' e ora puntualmente deve controllare che le siano rimasti tutti i denti. So' ragazzi.
p.s. ecco, se vi va buttate un occhio al sondaggio che vi ho lasciato in alto a destra.
Stamane prima ancora del buongiorno mi sono rivolta ad Andrea chiedendogli se avessimo prenotato il ristorante, per poi girarmi dall'altra parte e continuare a dormire. La normalità.
L'altra mattina era ancora nitido il ricordo del sogno fatto prima che mi svegliassi in preda al panico: entravo di corsa in un supermercato per chiedere alla cassiera dove fosse il succo di limone e senza che avesse finito di indicarmi la corsia, ero tutta presa a girare tra gli scaffali alla ricerca della latte di soia. #truestory Tipo che se vedete una impalata agli scaffali del latte, immobile, mentre fa a mente qualche calcolo sulla convenienza del mezzo litro rispetto al litro, sono io! Sono io quella che gira i prodotti tra le mani, che legge le etichette, che prende prima il succo all'arancia, poi al melograno e li confronta e poi li lascia entrambi. Sto impazzendo.
Perché il buon senso, prima di acquistare su Groupon non mi ha fatto googlare il nome del ristorante e leggere le millemila recensioni negative? Prendetemi a sprangate, anzi no, a pomodori in faccia che fa tanto veggie style. Ma senza buccia, che sono allergica. E niente, noi questo week end lo passiamo a Firenze, tra le colline,
E quindi sono felice. Felice perché ripercorrerò le stesse strade che mi vedevano imbarazzata e al tempo stesso emozionata, appena un anno fa. Lì ho conosciuto Andrea per la prima volta, lì dopo cinque minuti mi ci sono affezionata, lì ho riso a crepapelle sfatando il mito del 'su fb si conoscono solo maniaci sessuali'. E tornerò ad un anno fa, distesa davanti a Palazzo Pitti perché è uno dei ricordi più belli che ho del 2011. Ok basta. No, non avete sbagliato blog, sono sempre io, Emy quella cinica e cretina che prima diceva 'guarda quei due che si danno i baci in stazione, che schifo' e ora puntualmente deve controllare che le siano rimasti tutti i denti. So' ragazzi.
p.s. ecco, se vi va buttate un occhio al sondaggio che vi ho lasciato in alto a destra.
Tutti.
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Emy
on venerdì 30 marzo 2012
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Turi,
vivere a forlì
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A Forlì fa caldo ma io la sciarpa di lana non mi arrischio a lasciarla a casa. Mi dà sicurezza.
Lunedì, ora di pranzo, le finestre spalancate e una studentessa spedita, in bici.
All'improvviso avevo nove anni. Sono riuscita a scorgere il rumore delle posate distrattamente poggiate sui piatti e sono finita in una serie di amarcord allucinanti che mi hanno riportato a quando ero bambina ed era estate, a Turi. Quando ancora non avevamo il cellulare e nonna era solita affacciarsi in strada e fare l'appello per riunirci a tavola. Così, ho rallentato. Ho realizzato che le piste ciclabili forlivesi saranno anche fatte bene ma non hanno nulla a che vedere con le stradine dismesse del centro storico del mio paesello. Le corse a perdifiato con i miei cugini per tornare a casa in tempo e far sì che nonna che ci raccomandava 'non vi allontanate, state nei paraggi, da punta a punta' non si accorgesse della leggera infrazione. Ho accelerato, ho realizzato che non ero più la nipote prepotente di nonna F., al paesello.
In tutto ho sedici cugini, l'ho scoperto solo ieri mentre facevo la conta a mente. Non so di preciso cosa è andato storto, so solo che prima di raggiungere la pubertà ci volevamo tutti bene e stavamo tutti insieme; forse anche troppo. Tant'è che zia si lamentava spesso del casino e c'era il divieto di stare in strada dalle 14:00 alle 16:00 perché 'a quest'ora la gente dorme'. Ricordo ancora Ninetta minacciarci di tagliare il pallone perché il rimbombo faceva eco fino a casa sua, diceva.
Non c'erano nè Facebook nè sms ma la regola era quella di farsi trovare da nonna alle tre, bici annesse, senza scuse. Poi i tempi sono cambiati, i grandi sono diventati maggiorenni e snob e i piccoli sono cresciuti, ignari, in una generazione sbagliata. Qualcuno ha messo tenda in Francia, qualcuno ha deciso che era troppo grande per trascorrere le feste in famiglia, qualcuno si è beccato l'appellativo di pecora nera per non aver concluso le superiori e ciao. Io, a dirla tutta, sono una pecora nera golden. Titolo che ti affibbiano quando fai qualche nobile cazzata, tipo non essere andata al funerale di tua nonna perché il giorno dopo avevi un esame e guarda caso vivi in Culonia. Cose così. Mica come M, che poverina le è toccato figlia di buona mamma.
E niente, riflettevo sul fatto che rimpiango gli anni novanta, la famiglia unita, i sottobicchieri di plastica, 'quello blu è mio' 'no è mio' e zia R. che ci calma con le olive, gli zii che giocano alla stop, i pranzi infiniti della domenica col tavolo di legno 'che tanto ci stringiamo e ci stiamo tutti'; che sì, qualcuno ha avuto la felice idea di riunirci nel gruppo Family (su Facebook, sempre loro, i piccoli avanguardisti) ma col cazzo che ci chiamiamo. Sono passati anni ma io i Natale e Pasqua con nonna che impastava, il grembiule a fiori, il vestito nuovo per le feste, nonno che ci dava i soldi di nascosto, gli auguri man mano che arrivavano i parenti, due baci per ciascuno che ti ci voleva mezz'ora solo per passare in rassegna tutti quanti e guai a dimenticare qualcuno, non me li scordo. E non mi scordo neanche quel giorno che a nonno venne un infarto e io c'ero, presi M. per mano senza capire bene cosa stesse succedendo, scansando chi urlava a destra e chi piangeva a sinistra e ci nascondemmo in cantina a leggere, perché mamma ci disse 'non potete stare qua' e D. si prese un ceffone per aver urlato che voleva finire il panzerotto. Non mi scordo niente.
Poi all'improvviso avevo ventidue anni, ho lasciato la bici in garage e ho aperto la porta di una casa che non era la mia e ho realizzato di trovarmi a Forlì.
Lunedì, ora di pranzo, le finestre spalancate e una studentessa spedita, in bici.
All'improvviso avevo nove anni. Sono riuscita a scorgere il rumore delle posate distrattamente poggiate sui piatti e sono finita in una serie di amarcord allucinanti che mi hanno riportato a quando ero bambina ed era estate, a Turi. Quando ancora non avevamo il cellulare e nonna era solita affacciarsi in strada e fare l'appello per riunirci a tavola. Così, ho rallentato. Ho realizzato che le piste ciclabili forlivesi saranno anche fatte bene ma non hanno nulla a che vedere con le stradine dismesse del centro storico del mio paesello. Le corse a perdifiato con i miei cugini per tornare a casa in tempo e far sì che nonna che ci raccomandava 'non vi allontanate, state nei paraggi, da punta a punta' non si accorgesse della leggera infrazione. Ho accelerato, ho realizzato che non ero più la nipote prepotente di nonna F., al paesello.
In tutto ho sedici cugini, l'ho scoperto solo ieri mentre facevo la conta a mente. Non so di preciso cosa è andato storto, so solo che prima di raggiungere la pubertà ci volevamo tutti bene e stavamo tutti insieme; forse anche troppo. Tant'è che zia si lamentava spesso del casino e c'era il divieto di stare in strada dalle 14:00 alle 16:00 perché 'a quest'ora la gente dorme'. Ricordo ancora Ninetta minacciarci di tagliare il pallone perché il rimbombo faceva eco fino a casa sua, diceva.
Non c'erano nè Facebook nè sms ma la regola era quella di farsi trovare da nonna alle tre, bici annesse, senza scuse. Poi i tempi sono cambiati, i grandi sono diventati maggiorenni e snob e i piccoli sono cresciuti, ignari, in una generazione sbagliata. Qualcuno ha messo tenda in Francia, qualcuno ha deciso che era troppo grande per trascorrere le feste in famiglia, qualcuno si è beccato l'appellativo di pecora nera per non aver concluso le superiori e ciao. Io, a dirla tutta, sono una pecora nera golden. Titolo che ti affibbiano quando fai qualche nobile cazzata, tipo non essere andata al funerale di tua nonna perché il giorno dopo avevi un esame e guarda caso vivi in Culonia. Cose così. Mica come M, che poverina le è toccato figlia di buona mamma.
Poi all'improvviso avevo ventidue anni, ho lasciato la bici in garage e ho aperto la porta di una casa che non era la mia e ho realizzato di trovarmi a Forlì.
Ancora un premio, anzi due.
Pubblicato da
Emy
on domenica 18 marzo 2012
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iniziative perchè no,
storie di vita vissuta
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Comments: (7)
Non so bene per cosa, ma Strawberry mi ha premiata sul suo blog e quindi oltre a ringraziarla, devo dirvi ulteriori sette cose di me per poi passare il testimone a chiunque ne abbia voglia.
1- al Liceo ero in una classe di sole donne, venti per la precisione; potete quindi immaginare la formula tutte le donne mi odiano ed elevarla alla ventesima. Cosa ne viene fuori? Cinque anni infernali, passati a concorrere con altre due bestie spietate per accaparrarci il primo posto. Solo che io non sono mai stata brava con le sviolinate (si dice così anche da voi?) tant'è che spesso proprio per la mia irriverenza finivo per essere mal vista dalla prof. di storia che non perdeva mai occasione per interrogarmi. Per me invece ogni occasione era buona per mandarla afanc. Allegria! Questo per dirvi che, almeno al liceo, nonostante i miei ottimi voti non sono stata la cocca di nessuno e una volta sono perfino arrivata ai capelli con la Pornodiva della classe.
2- a soli dodici anni ho messo il mio primo apparecchio ai denti. In dieci anni ne ho cambiati sette, quello mobile, quello fisso, quello con gli elastici, quello notturno e chi più ne ha più ne metta.
Il mio preferito era quello blu e verde ma ricordo di aver versato fiumi di lacrime quando mi hanno detto che avrei tolto per sempre questo. Mi piaceva tantissimo e il dentista mi guardò allibito.
Ero inoltre convinta che da grande avrei fatto il dentista, per fortuna poi ho cambiato idea.
Ora però ho un sorriso che, lèvate. Grazie mamma.
3- mi piacciono gli elefanti e mi intristisce tutte le volte saperli come attrazione al circo.
4- Odio il captcha! Per intenderci: il codice a numeri e lettere incomprensibili richiesto per lasciare un commento a blog e simili! Toglietelo, fatemi questa cortesia! E' sufficiente andare in bacheca, impostazioni, commenti e a parole di verifica scegliere NO!
5- Amo le serie tv tanto che sono ancora qui a piangere per la chiusura di megavideo. La mia serie preferita è Big bang theory ma ne ho viste e continuo a vederne tante: Sherlock Holmes, Kyle XY, Kebab for breakfast, Walking dead, Heroes, Awake....
How I met your mother, invece, non riesce a entusiasmarmi.
6- Sono molto permalosa, e testarda, basta poco per mandarmi in pappa il cervello.
7- Vorrei essere più femminile: avere un guardaroba figo, imparare a truccarmi, smettere di mangiarmi le unghie, indossare scarpe con i tacchi. Non ce la farò mai!
Accetto sempre di buon grado queste iniziative perché mi rendo conto che spesso alcuni blogger scrivono per se stessi, post e post ermetici dove non si sa bene il contesto né tanto meno a chi si rivolgono; questo mi manda in bestia e chiudo la pagina con un sonoro 'e quindi?'.
Grazie a queste catene invece, finisco per cavarne anche una semplice descrizione.
Non so voi, ma entrare in un blog e non trovare alcuna presentazione (nè nel primo post assoluto, nè altrove) mi rende difficile continuare, per il semplice fatto che il bello della blogosfera è proprio avere tanti amici sparsi -anche se spesso non hanno un volto- e seguire le loro vite quasi come nella realtà. E' fantastico!
p.s. mi ha premiata, or ora, Lilyum. EVVAI! Troppa grazia, oggi.
Ora, da regolamento devo spiegare perché è nato questo blog. Il bello è che non lo so nemmeno io, ricordo solo che su facebook il mio cinismo quotidiano era molto apprezzato e la gente mi diceva sempre 'oggi non scrivi? non ci aggiorni?' allora mi sono detta che forse aprire un blog anche per mettere alla prova la mia costanza, sarebbe valso qualcosa.
Il titolo? Bè, serve proprio che lo spiego?
1- al Liceo ero in una classe di sole donne, venti per la precisione; potete quindi immaginare la formula tutte le donne mi odiano ed elevarla alla ventesima. Cosa ne viene fuori? Cinque anni infernali, passati a concorrere con altre due bestie spietate per accaparrarci il primo posto. Solo che io non sono mai stata brava con le sviolinate (si dice così anche da voi?) tant'è che spesso proprio per la mia irriverenza finivo per essere mal vista dalla prof. di storia che non perdeva mai occasione per interrogarmi. Per me invece ogni occasione era buona per mandarla a
2- a soli dodici anni ho messo il mio primo apparecchio ai denti. In dieci anni ne ho cambiati sette, quello mobile, quello fisso, quello con gli elastici, quello notturno e chi più ne ha più ne metta.
Il mio preferito era quello blu e verde ma ricordo di aver versato fiumi di lacrime quando mi hanno detto che avrei tolto per sempre questo. Mi piaceva tantissimo e il dentista mi guardò allibito.
Ero inoltre convinta che da grande avrei fatto il dentista, per fortuna poi ho cambiato idea.
Ora però ho un sorriso che, lèvate. Grazie mamma.
3- mi piacciono gli elefanti e mi intristisce tutte le volte saperli come attrazione al circo.
4- Odio il captcha! Per intenderci: il codice a numeri e lettere incomprensibili richiesto per lasciare un commento a blog e simili! Toglietelo, fatemi questa cortesia! E' sufficiente andare in bacheca, impostazioni, commenti e a parole di verifica scegliere NO!
5- Amo le serie tv tanto che sono ancora qui a piangere per la chiusura di megavideo. La mia serie preferita è Big bang theory ma ne ho viste e continuo a vederne tante: Sherlock Holmes, Kyle XY, Kebab for breakfast, Walking dead, Heroes, Awake....
How I met your mother, invece, non riesce a entusiasmarmi.
6- Sono molto permalosa, e testarda, basta poco per mandarmi in pappa il cervello.
7- Vorrei essere più femminile: avere un guardaroba figo, imparare a truccarmi, smettere di mangiarmi le unghie, indossare scarpe con i tacchi. Non ce la farò mai!
Accetto sempre di buon grado queste iniziative perché mi rendo conto che spesso alcuni blogger scrivono per se stessi, post e post ermetici dove non si sa bene il contesto né tanto meno a chi si rivolgono; questo mi manda in bestia e chiudo la pagina con un sonoro 'e quindi?'.
Grazie a queste catene invece, finisco per cavarne anche una semplice descrizione.
Non so voi, ma entrare in un blog e non trovare alcuna presentazione (nè nel primo post assoluto, nè altrove) mi rende difficile continuare, per il semplice fatto che il bello della blogosfera è proprio avere tanti amici sparsi -anche se spesso non hanno un volto- e seguire le loro vite quasi come nella realtà. E' fantastico!
p.s. mi ha premiata, or ora, Lilyum. EVVAI! Troppa grazia, oggi.
Ora, da regolamento devo spiegare perché è nato questo blog. Il bello è che non lo so nemmeno io, ricordo solo che su facebook il mio cinismo quotidiano era molto apprezzato e la gente mi diceva sempre 'oggi non scrivi? non ci aggiorni?' allora mi sono detta che forse aprire un blog anche per mettere alla prova la mia costanza, sarebbe valso qualcosa.
Il titolo? Bè, serve proprio che lo spiego?
Elaborazione dei traumi affettivi. E vari.
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Emy
on giovedì 15 marzo 2012
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''La vita è più facile se si teme solo un giorno alla volta''
Succedono cose strane a Forlì. Un tizio, giusto oggi, al semaforo ha detto di amarmi poi è scattato il verde e ciao. Mi ha ricordato il cassiere dell' AeO che non si rassegnava e tutte le volte oltre all' autografo -per la ricevuta postepay- mi chiedeva il numero di telefono. Poi ho terminato la raccolta punti e ciao anche a lui. Così oggi, mentre pedalavo pensavo che tutto sommato Forlì non mi lascerà solo delle amare cicatrici ma anche dei piacevoli ricordi. Pochi.
Quella volta che io e lo Zerbino abbiamo corso a perdifiato con le bici fino alla cava, e ridevamo. Quella volta che 'cos'è sta schifezza?' 'si chiama squacquerone'. Quella volta che ho preso il primo 30L, la sensazione di farcela, di crollare un minuto dopo. C'na ma sci scmaninn. Quella volta che ho rigato la porche di Tommy il nerd perché ci voleva. Quella notte che mi ingozzavo di Tuc al bacon perché di la c'era un bestie party e imprecavo, silente, e nel frattempo mi sbronzavo di acqua naturale. Quella volta che 'stai giocando con i miei sentimenti' 'ho la xbox rotta'. I panini per il viaggio. Quella volta che 'Andre io mollo tutto e me ne torno a casa', la tua faccia subito dopo e 'ok resto'. Tutte le volte che lo Zerbino mi portava a cena e poi 'hai passato una bella serata?' 'sì ma non era questa' e correvo all'ascensore sghignazzando. Tu l'hai visto Up?. Quella volta che 'il prossimo che mi dice ti amo da morire voglio vederlo morto'. Ndollè. Michelozzo e ibbabbo.
Perché qui non è il mio posto, perché questa stanza non mi ha fatta mai sentire a casa. Apro la porta, esulto se non c'è nessuno. Non va, così. Questa sedia, questi muri, hanno contato i minuti, le ore, prima che tornassi al Nido, delusa, stanca ma non tanto da farlo notare. Perché quest'anno c'è Andrea e mi sembra che tutto sia meno peggio, tutto passa in secondo piano e si confonde con il superfluo. Questa sedia, questi muri, contano i minuti, le ore, prima che si faccia sera. Ora.
E penso a quanto di Andrea ci sarà nel mio futuro, a quando la mia felicità non dipenderà solo da questo, a quando i miei deliri non saranno più parte delle nostre giornate e rideremo dei tempi passati, nell'attico a Valencia. Ora vivo di questo, respiro.
Quando ce la farò da sola, quando non avrò bisogno di spalle forti e attente, quando finalmente penserò a Forlì e dirò 'è tutto passato'.
''Ho ancora la forza di starvi a raccontare le mie storie di sempre,
di come posso amare tutti quegli sbagli che per un motivo o l'altro so rifare''.
Succedono cose strane a Forlì. Un tizio, giusto oggi, al semaforo ha detto di amarmi poi è scattato il verde e ciao. Mi ha ricordato il cassiere dell' AeO che non si rassegnava e tutte le volte oltre all' autografo -per la ricevuta postepay- mi chiedeva il numero di telefono. Poi ho terminato la raccolta punti e ciao anche a lui. Così oggi, mentre pedalavo pensavo che tutto sommato Forlì non mi lascerà solo delle amare cicatrici ma anche dei piacevoli ricordi. Pochi.
Quella volta che io e lo Zerbino abbiamo corso a perdifiato con le bici fino alla cava, e ridevamo. Quella volta che 'cos'è sta schifezza?' 'si chiama squacquerone'. Quella volta che ho preso il primo 30L, la sensazione di farcela, di crollare un minuto dopo. C'na ma sci scmaninn. Quella volta che ho rigato la porche di Tommy il nerd perché ci voleva. Quella notte che mi ingozzavo di Tuc al bacon perché di la c'era un bestie party e imprecavo, silente, e nel frattempo mi sbronzavo di acqua naturale. Quella volta che 'stai giocando con i miei sentimenti' 'ho la xbox rotta'. I panini per il viaggio. Quella volta che 'Andre io mollo tutto e me ne torno a casa', la tua faccia subito dopo e 'ok resto'. Tutte le volte che lo Zerbino mi portava a cena e poi 'hai passato una bella serata?' 'sì ma non era questa' e correvo all'ascensore sghignazzando. Tu l'hai visto Up?. Quella volta che 'il prossimo che mi dice ti amo da morire voglio vederlo morto'. Ndollè. Michelozzo e ibbabbo.
Perché qui non è il mio posto, perché questa stanza non mi ha fatta mai sentire a casa. Apro la porta, esulto se non c'è nessuno. Non va, così. Questa sedia, questi muri, hanno contato i minuti, le ore, prima che tornassi al Nido, delusa, stanca ma non tanto da farlo notare. Perché quest'anno c'è Andrea e mi sembra che tutto sia meno peggio, tutto passa in secondo piano e si confonde con il superfluo. Questa sedia, questi muri, contano i minuti, le ore, prima che si faccia sera. Ora.
E penso a quanto di Andrea ci sarà nel mio futuro, a quando la mia felicità non dipenderà solo da questo, a quando i miei deliri non saranno più parte delle nostre giornate e rideremo dei tempi passati, nell'attico a Valencia. Ora vivo di questo, respiro.
Quando ce la farò da sola, quando non avrò bisogno di spalle forti e attente, quando finalmente penserò a Forlì e dirò 'è tutto passato'.
''Ho ancora la forza di starvi a raccontare le mie storie di sempre,
di come posso amare tutti quegli sbagli che per un motivo o l'altro so rifare''.
Per stavolta niente titolo.
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Emy
on mercoledì 22 febbraio 2012
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Quando sono a Turi succede che mi metto a rovistare tra i ripiani alti dell'armadio, ossia quelli che sono stati negli anni da teen ager il nascondiglio per diari e scritture segrete. Così, controllo una volta al mese che le cose siano al loro posto, come le lascio da quattro anni. Tre scatoloni avvolti nello scotch con tanto di firma a scavalco. Tutti i diari dalla prima media alla maturità, le lettere che scambiavo con quella sgallettata nell'ora di ricreazione, gli appunti dei viaggi fatti quando ancora non sapevo bene cosa fossero le relazioni da quindici giorni e via e io come una cretina che mi innamoravo, i fogli protocollo con gli sms fedelmente ricopiati perché il nokia 3310 supportava una ventina di messaggi al massimo. Insomma, roba che non mi azzardo neanche ad andare a rileggere che però conservo col senno di poi perché una volta stavo per buttare via tutto ma mia madre mi fermò dicendomi che un giorno me ne sarei pentita.
Anche studiare su questa scrivania, mi fa un certo effetto. La stessa scrivania che mi ha vista china a riassumere libri e libri di scuola, esultare per un dieci in filosofia, sorridere e sobbalzare dalla sedia dopo l'sms di 'ciao sono quello della festa', preparare i compiti in classe con fare beffardo, ritagliare gli inviti dei compleanni e depennare gli indesiderati, piangere per i cinque in matematica che poi diventavano sei, nove, perché se no mi si rovinava la media (poi uno si chiede com'è che faccio economia e matematica ancora non l'ho data). Nei cassetti ci sono ancora le foto al mare di quando avevo quindici anni ma di tette neanche l'ombra, le cartoline di Dublino, i premi, le proiezioni ortogonali sui Fabriano e le foto di classe con le dovute ics sui volti di quelle due. E niente, succede che mi coglie una sensazione strana, quasi un voler tornare indietro per non andar via mai.
Poi penso a quanto altro tempo passerò lontana da casa e mi vengono gli occhi lucidi; penso che forse questa non sarà più casa mia e che, ancora, ho fatto un'enorme cazzata a trasferirmi a Forlì. Sto rinunciando a quel tipo di affetto che mi farebbe solo bene. Alla famiglia.
La verità è che mio fratello prima mi ha detto 'già vai via?' e mi si è stretto il cuore.
p.s. cose che ho imparato quando ormai era troppo tardi: non è una buona idea ripetere il capitolo 9 mentre si guida. E' che stavo andando dall' estetista, quella fidata che si ha solo nei paeselli tipo il mio, che sì, evade le tasse ma è talmente brava che per me potrebbe anche mettersi a spacciare hashish all' oratorio, non le direi nulla. E non lo so perché ho finito il post in questo modo.
Anche studiare su questa scrivania, mi fa un certo effetto. La stessa scrivania che mi ha vista china a riassumere libri e libri di scuola, esultare per un dieci in filosofia, sorridere e sobbalzare dalla sedia dopo l'sms di 'ciao sono quello della festa', preparare i compiti in classe con fare beffardo, ritagliare gli inviti dei compleanni e depennare gli indesiderati, piangere per i cinque in matematica che poi diventavano sei, nove, perché se no mi si rovinava la media (poi uno si chiede com'è che faccio economia e matematica ancora non l'ho data). Nei cassetti ci sono ancora le foto al mare di quando avevo quindici anni ma di tette neanche l'ombra, le cartoline di Dublino, i premi, le proiezioni ortogonali sui Fabriano e le foto di classe con le dovute ics sui volti di quelle due. E niente, succede che mi coglie una sensazione strana, quasi un voler tornare indietro per non andar via mai.
Poi penso a quanto altro tempo passerò lontana da casa e mi vengono gli occhi lucidi; penso che forse questa non sarà più casa mia e che, ancora, ho fatto un'enorme cazzata a trasferirmi a Forlì. Sto rinunciando a quel tipo di affetto che mi farebbe solo bene. Alla famiglia.
La verità è che mio fratello prima mi ha detto 'già vai via?' e mi si è stretto il cuore.
p.s. cose che ho imparato quando ormai era troppo tardi: non è una buona idea ripetere il capitolo 9 mentre si guida. E' che stavo andando dall' estetista, quella fidata che si ha solo nei paeselli tipo il mio, che sì, evade le tasse ma è talmente brava che per me potrebbe anche mettersi a spacciare hashish all' oratorio, non le direi nulla. E non lo so perché ho finito il post in questo modo.
Si sta come d'inverno nei ripostigli gli ombrelloni.
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Emy
on sabato 4 febbraio 2012
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Stanotte ho ricordato che da piccola facevo sempre quel giochino che iniziava per 'Ti piace la banana? Anche quella americana? Dimmi tre nomi di ragazzi'. Lo conoscete? E continuava con
'chi metti sul letto di rose? di spine? matrimoniale?'. Momento! Letto? Da piccola cantavo allegramente -e ingenuamente- qualcosa con un chiaro riferimento al sesso. Sono sconvolta.
Intanto Forlì è sommersa dalla neve e non esco di casa da lunedì. E ci ho provato a fare 'na specie di pupazzo sul balcone, ma niente, non si reggeva. Sono stufa e voglio la pizza stasera! Sempre in sti giorni sono in foga con due giochi per Android e uno di questi è Sprinkle. Roba che sto lì tutta concentrata e non mi distoglie nessuno; se qualcuno mi guarda pensa 'starà decifrando qualche codice segreto, che donna' invece sono lì che tento di salvare le capanne di sti poveri pupazzini indifesi. E' divertente!
Non ho altro da dire, oggi sono apatica e avevo solo voglia di scribacchiare.
Però di economia aziendale ci sto finalmente capendo qualcosa. Ditemi brava.
p.s. Nel post precedente ho dimenticato di descrivervi il mio stupore quando venuta al Nord ho scoperto che qui il galateo dei festeggiamenti prevede ben altro. Com'è sta storia che gli invitati oltre al regalo, pagano la loro cena e mettono una parte per quella del festeggiato? Siete pazzi? Ricordo i primi giorni di università, una ragazza afflitta mi disse 'che palle questa settimana ho due compleanni' e io basita le chiesi perché non fosse contenta e mi rispose, appunto, che avrebbe speso troppo e che ne avrebbe volentieri fatto a meno! E te credo!
'Ciao avrei piacere che tu ci fossi al mio compleanno', postilla: vieni e paghi tutto tu. Comodo no?
'chi metti sul letto di rose? di spine? matrimoniale?'. Momento! Letto? Da piccola cantavo allegramente -e ingenuamente- qualcosa con un chiaro riferimento al sesso. Sono sconvolta.
Intanto Forlì è sommersa dalla neve e non esco di casa da lunedì. E ci ho provato a fare 'na specie di pupazzo sul balcone, ma niente, non si reggeva. Sono stufa e voglio la pizza stasera! Sempre in sti giorni sono in foga con due giochi per Android e uno di questi è Sprinkle. Roba che sto lì tutta concentrata e non mi distoglie nessuno; se qualcuno mi guarda pensa 'starà decifrando qualche codice segreto, che donna' invece sono lì che tento di salvare le capanne di sti poveri pupazzini indifesi. E' divertente!
Non ho altro da dire, oggi sono apatica e avevo solo voglia di scribacchiare.
Però di economia aziendale ci sto finalmente capendo qualcosa. Ditemi brava.
p.s. Nel post precedente ho dimenticato di descrivervi il mio stupore quando venuta al Nord ho scoperto che qui il galateo dei festeggiamenti prevede ben altro. Com'è sta storia che gli invitati oltre al regalo, pagano la loro cena e mettono una parte per quella del festeggiato? Siete pazzi? Ricordo i primi giorni di università, una ragazza afflitta mi disse 'che palle questa settimana ho due compleanni' e io basita le chiesi perché non fosse contenta e mi rispose, appunto, che avrebbe speso troppo e che ne avrebbe volentieri fatto a meno! E te credo!
'Ciao avrei piacere che tu ci fossi al mio compleanno', postilla: vieni e paghi tutto tu. Comodo no?
Tralasciando -o forse no- il fatto che al festeggiato conviene, io lo trovo inopportuno.
Clima proficuo
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Emy
on mercoledì 1 febbraio 2012
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Pare che continui a nevicare ed io ho passato la mattinata avvolta tra le coperte mentre con un occhio guardavo fuori dalla finestra burlandomi di chi è stato costretto ad uscire e godendo di una Forlì completamente imbiancata e con l'altro invece, guardavo My Sweet Sixteen su MTV. Parliamone.
Ci fanno o ci sono? Il dubbio mi viene. Sta cretina coi boccoli biondo platino (Ciccia, i boccoli col ferro sono out da anni! sappilo!) tra risolini e schiamazzi implorava il padre per una festa super fashion a tema: tutti i suoi invitati sarebbero stati vip per 24h in modo tale da comprendere come fosse la sua vita di tutti i giorni. Tiratela! E le amiche tutte euforiche sostenevano quanto fosse fantastica e generosa. Generosa, sì sì. Allora mi è venuto in mente il giorno del mio diciottesimo compleanno, che si sa, noi al sud facciamo le cose in grande. UN TRAUMA!
Essendo nata a novembre mi sono sorbita ben venti feste di compleanno prima della mia e penso di non aver mai assistito a tanta meschinità messa insieme. Insomma la sera dei festeggiamenti era tutto uno spettegolare sulla scelta degli abiti, sul trucco e sulla location. Chi festeggiava in pizzeria era uno sfigato, per farla breve, se invece la festa si svolgeva in una rinomata sala ricevimenti con tanto di dj, animazione e bomboniere finali allora sì che eri pheego davvero. Con soli dieci euro l'invitato mangia quantità necessarie per un intero esercito, partecipa al regalo e si gode la serie di critiche (il vero motivo della conferma all'invito) ma di quelle critiche che solo le donne sanno fare. Ho reso? Ora voi immaginate me, che a 18anni ero praticamente anticonformista quasi quanto adesso, costretta a festeggiare a sta maniera perché tradizione vuole che le cose vanno fatte in grande se no tanto vale che ti dai malata. Insomma, il vero scoop della serata fu che indossavo un vestito e i tacchi alti. IO, sono stata pheega un solo giorno in tutta la mia esistenza fino ad oggi. Quel giorno.
Forse temevano che mi presentassi con i jeans larghi e le sneakers.
Se tornassi indietro, non lo farei. Grazie mamma.
Ci fanno o ci sono? Il dubbio mi viene. Sta cretina coi boccoli biondo platino (Ciccia, i boccoli col ferro sono out da anni! sappilo!) tra risolini e schiamazzi implorava il padre per una festa super fashion a tema: tutti i suoi invitati sarebbero stati vip per 24h in modo tale da comprendere come fosse la sua vita di tutti i giorni. Tiratela! E le amiche tutte euforiche sostenevano quanto fosse fantastica e generosa. Generosa, sì sì. Allora mi è venuto in mente il giorno del mio diciottesimo compleanno, che si sa, noi al sud facciamo le cose in grande. UN TRAUMA!
Essendo nata a novembre mi sono sorbita ben venti feste di compleanno prima della mia e penso di non aver mai assistito a tanta meschinità messa insieme. Insomma la sera dei festeggiamenti era tutto uno spettegolare sulla scelta degli abiti, sul trucco e sulla location. Chi festeggiava in pizzeria era uno sfigato, per farla breve, se invece la festa si svolgeva in una rinomata sala ricevimenti con tanto di dj, animazione e bomboniere finali allora sì che eri pheego davvero. Con soli dieci euro l'invitato mangia quantità necessarie per un intero esercito, partecipa al regalo e si gode la serie di critiche (il vero motivo della conferma all'invito) ma di quelle critiche che solo le donne sanno fare. Ho reso? Ora voi immaginate me, che a 18anni ero praticamente anticonformista quasi quanto adesso, costretta a festeggiare a sta maniera perché tradizione vuole che le cose vanno fatte in grande se no tanto vale che ti dai malata. Insomma, il vero scoop della serata fu che indossavo un vestito e i tacchi alti. IO, sono stata pheega un solo giorno in tutta la mia esistenza fino ad oggi. Quel giorno.
Forse temevano che mi presentassi con i jeans larghi e le sneakers.
Se tornassi indietro, non lo farei. Grazie mamma.
E' giusto così.
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Emy
on giovedì 29 dicembre 2011
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Non sono sempre stata una menefreghista, confesso.A undici anni la professoressa di italiano mi adorava, ricordo che fu lei a dirmi 'da grande farai la scrittrice' -e io ci credevo poco- e mi iscriveva a concorsi regionali di scrittura, alcuni dei quali brillantemente vinti. Al termine della terza media ho vinto una borsa di studio, 'alla ragazza più meritevole' disse il Preside della scuola descrivendomi come una missionaria in soccorso dei più deboli. Pensai 'questo è pazzo'. Ero così competitiva ed egoista che tutto si poteva dire di me, tranne che aiutassi il resto della classe a emergere dall'analfabetismo. Insomma, frasi fatte. L'unica cosa vera è che studiavo un sacco e passavo il resto del tempo a fare ricerche di approfondimento. Solo che non l'ho mai detto a mia madre, così piena di orgoglio, le avrei spezzato il cuore. Andò così: era il primo luglio del 2003 e tornavo dal mare con la mia famiglia, spalancata la porta di ingresso sentimmo il telefono squillare, era la professoressa di italiano che agitata e allo stesso tempo sollevata, mi disse 'Emilia ho chiamato mille volte, dove sei? devi correre a scuola c'è la premiazione degli ottimo'. Mi sistemai in fretta -ecco spiegati i capelli in foto, asciugati alla caxxo- e andai di malavoglia in Sala Teatro. La Sala Teatro era la parte più figa dell' Istituto, nel complesso fatiscente. In realtà ai tempi me la tiravo un sacco, l'invito all'evento affisso all' ingresso della scuola non l'avevo visto, perché, ricordo che certa di aver preso 'tutti ottimo' non andai nemmeno a verificare i quadri con i voti e rimasi a casa a godermi le meritate vacanze.
Per farla breve, presi l'assegno da 300 euro, ringraziai e me ne andai.
Una persona normale sarebbe stata al settimo cielo, io no.
Sempre composta e con il cipiglio guerrafondaio che mi contraddistingueva già in tenera età e davo per scontata qualsiasi cosa, compreso il fatto che ovviamente a vincere sarei stata io. Che cretina. Mia madre mi costrinse a comprare una cornice per la pergamena e negli anni quella euforica era sempre lei.
Questa poesia di M.L.King ha segnato la mia adolescenza, mi ha fatto credere di poter arrivare in alto, di poter fare grandi cose. Al Liceo le cose sono andate ancora meglio, tranne i rapporti con quelle con cui ho condiviso l'aula per cinque lunghi anni. Un cammino non sempre facile, a volte noioso e che mi è sembrato essere infinito ma che ha fatto di me quella che sono ora.
E forse è giusto che sia così, perché una parte della mia vita, forse la più emozionante, la più spensierata e complicata l'ho vissuta in quella scuola e resterà conservata lì, tra i banchi, sui muri. 'La scrittura non ti darà da vivere' disse il professore di filosofia, 'allora sarò un architetto'. Allora sono diventata una gran caxxona.
Continua ciò che hai cominciato e forse arriverai alla cima o almeno arriverai in alto, ad un punto che solo tu comprenderai non essere la cima. Seneca




















